“Il mio stile è idiosincratico, caratterizzato dall’uso di espressioni bizzarre apparentemente non connesse al

contesto. Si tratta di un’estetica che associo a esperienze passate e uso senza preoccuparmi troppo della forma ma alla fine il discorso assume certamente un senso compiuto”
Con questa frase “piaciona” Pat Metheny definisce la sua musica, eppure queste parole convincono solo a metà. Sembra che il musicista americano giochi a nascondino celando l’essenza delle proprie composizioni dietro parole suadenti.
La sua musica è sì riflessiva, evocativa, pregna di malinconica allegria ma anche, e soprattutto,”ruffiana”. Melodie ispirate e cantabili catturano l’ascoltatore, perfino quello non educato all’ascolto del Jazz e della Fusion, e lo proiettano in un acquerello musicale, in spazi sonori ampi e suggestivi.
La musica del cinquantaseienne compositore del mid-west, infatti, è un fenomeno di costume, che valica certamente i confini di genere.
I numeri, quasi da pop star, parlano chiaro: nove Grammy, oltre duecento concerti l’anno, milioni di dischi venduti e sale piene.
I jazzofili più ortodossi, quelli con i poster di Coltrane nel salotto e le foto di Bill Evans a mo’ di santino sul letto, infatti, aborrono quando lo si include nella cerchia (a dir loro ristretta) dei musicisti Jazz. Metheny è molto più che un chitarrista di genere; sebbene dal Jazz abbia mutuato l’estrazione culturale, lo studio e molte collaborazioni importanti, la sua feconda produzione musicale esplora mondi sonori eterogenei.
Rispetto al Jazz più puro il linguaggio tende a mettere in secondo piano il groove, per celebrare la nota ed il timbro.
Il playing chitarristico, denso di arpeggi, cromatismi, movimenti orizzontali sulla tastiera e note “out”, risolve sempre sulla nota “giusta”.
A Perugia Metheny , il 15 luglio del 2010, festeggia le nozze d’argento con la formazione che più di tutte lo ha consacrato al grande pubblico: il Pat Metheny Group.
Un open-space, una commistione di generi, che lega il linguaggio del Jazz alle influenze della cultura popolare americana, dal Rock alle voci colte del cantautorato, alle tradizioni rurali.
Lo stile cantabile e narrativo del musicista del Missouri si è esaltato fin dagli esordi in questa esperienza musicale che ne mette in luce il volto più Fusion.
Nel “Songbook tour”, titolo evocativo che sembra voler mettere in chiaro il carattere autocelebrativo della reunion, ad accompagnarlo sul palco saranno ovviamente Layle Mays al pianoforte (cofondatore del gruppo), Antonio Sanchez alla batteria e Steve Rodby al Contrabasso. Il concerto inizia, senza fronzoli, non ci sono cerimonie, la musica si diffonde dagli altoparlanti che il sipario non è ancora su.
Nella prima parte Metheny fraseggia con una semiacustica da Jazz (e talvolta con una chitarra baritona poggiata su un trespolo per agevolare i repentini cambi di strumento) sulle orchestrazioni di Layle Mays.
Le tastiere creano un’intelaiatura armonica dove elementi classici, tipo il contrappunto, si arricchiscono di moderne atmosfere sospese e suoni sintetizzati. La base ritmica, solida ed impeccabile, profonde energia.
Sanchez, infatti, suona la batteria con la tecnica del jazzista e l’impeto del musicista rock.
Quando Metheny imbraccia il guitar sinth, però, i riferimenti alla Fusion degli anni ottanta ed al Progressive-Rock diventano evidenti.
La chitarra, interfacciata a sintetizzatori elettronici, permette al chitarrista di riprodurre suoni liquidi, lunghi e leggermente distorti, una sorta di ottone virtuale che consente nuove esplorazioni musicali.
C’è spazio anche per un momento più intimo; imbracciata una chitarra con corde in nylon, Metheny, dà spazio alla sua vena più malinconica, mettendo a frutto l’esperienza acustica maturata in album quali “Beyond the Missoury sky” e “One quite night”.
Segue l’onirica “ Into the dream”, suonata con la “Picasso Guitar”, un eccentrico strumento a quarantadue corde, incrocio bizzarro tra chitarra ed arpa.
Metheny riesce, avvalendosi di una personalissima ed avanguardista tecnica strumentale, a domare la pletora di corde.
Infatti, mentre la mano sinistra si muove sulla tastiera principale suonando in modo percussivo accordi e linee di basso, la mano destra plettra e pizzica le restanti corde incrociate (ben trentotto) come un’arpa.
Chiusa la parentesi acustica si ritorna alla Fusion, a sonorità più acide ed aggressive. Il gruppo si congeda regalando altri due brani e ben due bis.
Il concerto è piacevole e ben suonato, la scaletta, ben strutturata, permette all’artista di mostrare tutte le facce del suo prisma musicale.
Perfino il succitato jazzofilo oltranzista apprezzerebbe.
Cosa sia Jazz o no poco importa, quello che resta è la sperimentazione di nuovi linguaggi, la curiosità verso nuovi mondi musicali, lo studio metodico: in poche parole resta il Jazz.
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