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Zurigo vive di un intreccio regolare di ordinate solitudini. Un lento fermento di esistenze che camminano su rotaie sociali, regolate da un semaforo statale che non permette intoppi o incidenti. Vite che si incrociano, camminano parallele ed interagiscono per appuntamenti, puntuali come le coincidenze dei tram che le trasportano verso il loro destino. Regolare come la paglia di Vienna i cui cerchi equidistanti, disegnati dall’intreccio ordinato ed ossessivo di filamenti vegetali, creano agli occhi un’allucinazione razionalista. Si vive all’interno di queste circonferenze senza claustrofobia, quasi senza aneliti.
Tutto ha un suo posto, un suo ordine. Le grandi banche in centro, le griffe dell’alta moda a Bahnhoffstrasse, i teatri che, da Bellevue ,si affacciano sul lago, le puttane ed i night a Langstrasse, le università che- dall’alto- dominano la città vecchia; tutto il resto è dormitorio, quasi un deposito per membra stanche. Questo senso di ordine viene da epoche lontane. Ogni pietra ne sembra intrisa, anche la più antica. Perfino il Grossmunster , edificato proprio di fronte al Fraumunster agli albori dello scorso millennio, sembra suggerire la misura della “giusta lontananza” (o vicinanza) tra frati e suore, tra uomo e donna, tra detto e non detto, tra la morale e la prassi, tra il perbenismo e l’ipocrisia. Topos e logos combaciano, ed ogni strada porta dentro di se la vis e l’austerità di quell’ordine. Ad ogni angolo quadranti d’orologio ticchettano come tanti piccoli cuori, pulsando tempo, come fosse sangue, nelle arterie di questo monotono corpo urbano.
Qui il ticchettio dei secondi è, stranamente, intervallato da pause isocrone. La perfettibile ansia razionale anelata dall’architettura urbana e sociale trova più completo e grottesco compimento nel senso del tempo. Abituato a percepirlo con rapsodica libertà e a gestirlo con la stessa incoscienza di chi si ostina a domare l’indomabile, come un surfista che cerca di cavalcare l’imprevedibilità dello spirito del mare, resto spiazzato e confuso di fronte ad una manifestazione così evidente di precisione. Io so che i secondi non sono tutti uguali, so che non durano tutti allo stesso modo. Conosco la lenta grevità di un attimo di angoscia che si poggia addosso, pesante e opprimente, come un mantello di velluto rosso mosso dal soffocante vento agostano; o la sfuggente impalpabilità della spensieratezza, così fuori dal tempo da sembrare non essere mai esistita, o esistita da sempre (che, riflettendoci, in fondo, è la stessa cosa); ma questa sembra essere una verità incomprensibile, un segreto da custodire gelosamente, almeno a Zurigo. Non che qui non esistano emozioni, sarebbe come attribuire al corredo genetico di un popolo la propria natura algida, un po’ come la pelle scura per gli africani o gli occhi a mandorla per i cinesi. Piuttosto è come se esistessero ideali colonne d’ercole a delimitare la sfera pubblica da quella privata. Un confine virtuale invalicabile; invisibile agli occhi, senza frontiere, avamposti o artiglierie a segnalarlo. Eppure lo si avverte, reale ed ostile come un muro di cemento armato vestito di filo spinato. Non si osa varcarlo, forse per timore di minare i fondamenti antropologici e socio-culturali di quel mondo o, più verosimilmente, per semplice abitudine. Perfino nell’euforia del Sabato notte c’è qualcosa di grottesco, come se l’alcool trincato a fiumi nei bar liberasse Io-deformi, irriconoscibili, pronti ad avventarsi, ingordi e lascivi, sul mondo per strapparne brandelli da ingurgitare, per fame, senza sentirne il sapore.
Spesso mi sono perso a fissare gli occhi algidi della cassiera della Coop in centro o il nocciola intenso di chi, ogni mattina, mi porgeva il caffè al Tannerbar. Cercavo di rubare da quei colori iridescenti un po’ d’intimità; furtivo , come un ladro che dal cortile pertinenziale di un condominio blindatissimo ne studia i punti deboli per entrarvi e mettere a segno il colpo perfetto. Talvolta ammonito da occhi spalancati e severi come porte chiuse, per pudore, distraevo lo sguardo e - con esso - ogni “cattiva” intenzione. Quella di sostare davanti a questi “cortili pertinenziali”, però, divenne presto un gioco, un’abitudine, forse una sfida. Senza rendermene conto avevo sfidato quel mondo, stavo cercando di conquistare uno spazio di socializzazione, un’alcova di calore umano, di trovare semplicemente il mio posto. <<Alea iacta est>> sembravano dire i miei occhi ma io, novello Cesare in Gallia Transalpina, non avevo né armi né legioni. Regolare come la paglia di Vienna, così appariva ai miei occhi quel tessuto sociale. Un’illusione di simmetria perfetta nella quale non trovavo posto. Ogni singolo cerchietto, così uguale agli altri, eppure così unico, quasi isolato o, perlomeno, richiuso in se stesso stesso, sembrava dirmi che non era quello il ruolo pensato per me. E più mi sentivo respinto e più mi ci sedevo come con abiti borchiati su sedie finemente impagliate. Avrei voluto farmi spazio, lacerare quella simmetria per creare un’imperfezione nella quale riconoscermi; ma non è così che si vincono le battaglie.
Non ero il solo. Nella little big city, come amano definirla all’ente turismo tanto per darsi qualche aria, sembrano convergere come meridiani al polo interessi che non conoscono confini geopolitici. Qui si strizza l’occhio un po’ a tutti, all’oriente come all’occidente, ed i palazzoni delle multinazionali, con le banche pieni di soldi e segreti di pulcinella, sembrano custodire il destino del mondo. Più di un quarto dei residenti, infatti, viene “da fuori”, da quel mondo che da anni usa soldi, braccia e cervelli come merce in cambio di silenzio e connivenza; ma la città degli zurighesi vive parallelamente a quella degli stranieri. Inguainata in una muta impermeabile per non essere contaminata dallo straniero, Zurigo prova a difendere la propria purezza. Ma è una purezza antistorica, artificiale, comprata con il benessere, quasi che il più meticcio tra i popoli europei abbia paura di imbastardirsi o, più semplicemente, di perdere qualche privilegio. Ogni giorno, alle 18, quando gli uffici chiudono e la gente si riversa in strada, si realizza di non essere a casa. In quei momenti, “lo straniero”, trova nel sacchetto della spesa o tra gli scaffali di un supermercato un po’ di tristezza. Così, spesso, mi imbattevo in occhi uguali ai miei, ingordi e avidi di amicizia.
Sarà per questo che, in modo del tutto casuale, vite che non hanno nulla in comune se non “il venire da fuori” si coagulano come la crosta su una ferita per arrestare l’emorragia di malinconia. Quando questo accade, inizi a sentirti a casa e prendi consapevolezza di avere qualcuno anche qui, di avere legami, solidarietà, amicizia. Ti senti parte di quel disegno regolare di paglia finemente intrecciata, magari non proprio al centro; ti senti sul bordo, lì dove, per via di una piccola lacerazione, filamenti che non si sarebbero dovuti toccare si incontrano. Zurigo è proprio così, come la paglia di Vienna di un antico divano: perfetta e regolare vista da lontano eppure, vissuta da dentro, piena di piccoli intrecci imperfetti.
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