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il blog di Ciro Scannapieco

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Colgo l’occasione del concerto del talentuoso Alexander Romanovsky Romanovsky - a cui ho avuto la fortuna  assistervi- per riportare una sua interessante intervista apparsa sul quotidiano la repubblica il 20 gennaio 2008.

 

da: Repubblica — 20 gennaio 2008 pagina 12 sezione: MILANO

E’ nato in Ucraina ma da un decennio vive vicino a Imola. Ha tenuto il suo primo concerto a 9 anni, nel 2001 ha vinto il prestigioso Concorso Busoni di Bolzano ed oggi è uno dei pianisti più bravi della sua generazione. «Del suo pianismo si sentirà molto parlare» aveva profetizzato il maestro Carlo Maria Giulini. Alexander Romanovsky, 23 anni, ha l’ aria da bravo ragazzo studioso e tranquillo, persino un po’ timido, ma ha carattere e idee chiarissime, tanto che alla vigilia del concerto che terrà lunedì sera all’ Auditorium di Milano (dove firmerà le copie del cd inciso per la Decca, con brani di Schumann e Brahms), non risparmia le critiche al mondo musicale italiano, nonostante ami l’ Italia e la consideri casa sua. Cosa non le piace? «Prendiamo le stagioni concertistiche. Sono basate esclusivamente su grandi nomi che ormai non sono più all’ altezza della loro fama. All’ estero non è così. D’ altronde, spesso quelli che si occupano della programmazione non sono musicisti. E in molti casi sono decisamente incompetenti: la qualità dei concerti ne risente, e il pubblico diminuisce». Vita dura, dunque, per i giovani. «Da un anno sto per lunghi periodi a Londra, dove studio al Royal College of Music. Credo che sia la città musicalmente più vivace del mondo. Ecco, lì un giovane trova tutte le porte aperte. In Italia, al contrario, si fa pochissimo per i musicisti: eppure i bravi pianisti non nascono solo in Russia. Ce ne sono anche qui, ma per entrare nell’ olimpo della musica classica devono andare all’ estero». Di chi è colpa? «Le istituzioni latitano, i Conservatori sono pieni di cattivi insegnanti, la musica classica non si insegna nelle scuole, il pubblico fatica a rinnovarsi. E la politica si disinteressa totalmente della cultura». Quale strada bisognerebbe prendere? «Ho in mente di organizzare un grande festival dedicato ai giovani in una importante città d’ arte. L’ idea è quella di portare la musica in molti luoghi, anche non tradizionali, e trascinare tanta gente, per mostrare che la musica classica è bellissima, che non è un’ arte vecchia e superata. Ma per questo bisogna chiamare musicisti di altissimo livello artistico». Perché si è trasferito in Italia? «Seguii il mio maestro, Leonid Margarius, chiamato come docente all’ Accademia Pianistica di Imola. Tutta la mia famiglia - padre, madre e una sorella più piccola - ha fatto le valigie. Per quanto riguarda i rapporti umani ci siamo trovati benissimo». Quanto studia? «Dalle sei alle otto ore al giorno: la musica è la mia vita, e i sacrifici non mi pesano. Però non mi mancano gli interessi: ho fatto scherma per tre anni» Ha qualche modello? «Innanzitutto Horowitz: purtroppo non l’ ho conosciuto, ma me ne parlava il mio maestro. Poi Benedetti Michelangeli, Glenn Gould. Più in generale, Toscanini e Rostropovich: ho passato una giornata con lui a Firenze, è stato magnifico». Tutti musicisti del passato. E tra quelli di oggi? «Nel panorama mondiale attuale non vedo nessuno che sia veramente grande. Pollini? è un eccellente professionista, ma non è paragonabile ai mostri sacri di ieri». Domani all’ Auditorium di largo Mahler, ore 21, ingresso 10 euro - PAOLA ZONCA

 

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