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il blog di Ciro Scannapieco

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tratto da La Mosca nella bottiglia- elogio del senso comune  di  Raffaele la capria

[...La bizantina, sofisticata capziosità delle nuove tecniche di analisi letteraria può promuovere e sublimare qualsiasi testo, anche mediocre. E potrebbe, se applicata con l'indifferenza dello specialista far diventare qualsiasi testo più importante di quello che è o trattarlo con la stessa deferenza che si usa per un capolavoro: con gli stessi aggettivi, con gli stessi soprassalti di meraviglia o di ammirazione, come Don Chisciotte trattava la sua Dulcinea del Toboso. In questi casi, in cui il critico diventa prigioniero dei suoi concetti e della sua tecnica, il senso comune dovrebbe servire da calmiere e potrebbe rivelarsi utile, anzi più che neces¬sario, per ristabilire il senso della misura e delle proporzioni là dove è stato oltrepassato.
Ci sono poi testi che sembrano scritti apposta per suscitare gli smodati appetiti e il vampirismo di questi specialisti. Penso, ad esempio, alle numerose pagine dedicate da Contini a Pizzuto; ma anche a quelle di chi ha analizzato
Horcynus Orca di D'Arrigo come se fosse l’Ulisse di Joyce; o alla visione della letteratura italiana contemporanea, con gli scrittori del gruppo '63 trattati in blocco come il nostro Siglo de oro.
Penso a tutti i risvolti di copertina dove ogni nuovo romanzo diventa la scoperta dei nostri anni, a tutte le esaltazioni, le beatifica¬zioni, le iperlaudazioni fatte per questo o quell'autore col solito soffietto editorial-concettuale, e con un linguaggio ora sussiegoso ora provocatorio, e comunque sempre chiara¬mente sproporzionato.
Cosa vale di più, la riduttività che sempre minaccia il metro di giudizio del senso comune (e da cui bisogna naturalmente guardarsi), oppure la vacua applicazione degli specialisti impigliati nei propri strumenti e nelle proprie teorie?
In tutti questi casi io invoco il senso co¬mune perché mi assista come un angelo custode.

***

Rapportarsi al senso comune non significa rifiutare analisi sofisticate fatte ai libri considerati "difficili", come l’Ulisse di Joyce. Anche in analisi di questo tipo il senso comuñe può giudicare l'eccesso di specificità e il rapporto tra il testo esaminato e il commento a esso dedicato, quando questo è esorbitante e non risponde positivamente alla domanda: "Ma ti sembra normale? Ne valeva la pena?".
Prendiamo appunto, per esempio, l’Ulisse. A proposito della disamina dei capitoli dal quinto in poi fatta da Franco Moretti in
Opere Mondo. Quei capitoli per Moretti sarebbero "non riusciti" (e anche "falliti") narrativamente, "ma molto importanti" come terreno di scontro tra uno sperimentalismo dello stream e uno della polifonia.
Ma il senso comune insorge e dice: "Ho ammirato il modo in cui Moretti conduce la sua analisi di questi capitoli dell' Ulisse, ma l'ho ammirato per se stesso, come saggio di critica letteraria. La mia ammirazione per il suo tipo di commento è indipendente dalla mia ammirazione per il testo che l'ha originato". Infatti, dopo il commento di Moretti, anche il lettore colto ma pur sempre dotato di  senso comune, rilegge quei capitoli e li trova forse più intriganti, ma proprio per questo più faticosi, e per eccesso di bravura non riusciti.
E allora cosa dovrebbe concludere? Che il piacere immediato del testo non è  essenziale per un giudizio sull'opera? C’è chi lo pensa.

***

Perché non capisci che non tutti i libri si leggono allo stesso modo? E se leggi l'Alfieri non puoi pretendere di leggerlo come se leggessi Cechov? Così se leggi l'Ulisse non puoi fingere di leggerlo col piacere immediato con cui leggi Guerra e pace. Insomma ad ogni libro il suo lettore, e poco interessa il parere del senso comune se esso presuppone un lettore "improprio", cioè un lettore non adeguato al libro di cui si tratta.
E allora come la mettiamo?
Innanzitutto a differenza di ogni libro scritto da un autore contemporaneo, l'Ulisse è l'unico che richieda una guida alla lettura e uno studio preparatorio tale da trasformare un lettore comune (considerato "improprio" e perciò escluso a priori) in un lettore indottrinato (e perciò ammesso alla lettura dell'Ulisse).
Ma questa distinzione è vera o è stata creata proprio dagli specialisti di Joyce? Non sono loro, gli specialisti, ad avere incapsulato l'Ulisse, imprigionandolo nei loro schemi e occultandolo entro il bozzolo critico che gli hanno tessuto intorno? Obbligando perciò qualsiasi lettore comune, pur dotato di intelligenza e buona volontà a trasformarsi in un lettore indottrinato, con la scusa che Joyce richiede di esser letto solo da chi è padrone dell'apparato critico che lo riguarda?
Nel mio libro Letteratura e salti Mortali  ho inventato la categoria dei libri "non riusciti" per mettere paradossalmente in evidenza come sia possibile usare il senso comune anche con autori ormai santificati (Sade, Bataille, Kafka, e appunto Joyce), e come il senso comune può spiazzarli rileggendoli in modo sia pure "improprio" ma da una prospettiva diversa e meno condizionata dal presupposto concettuale e da tutto il lavoro critico che avvolge la loro opera. Come si leggono meglio se si finge di ignorare la concettualizzazione sommersa e il commento che si è quasi sostituito al testo originale! Che senso di liberazione si prova a stare in superficie! E come piu abbagliante questa si rivela, tanto che essi stessi, quegli autori, sembrano liberati! E liberato il testo dal sottotesto soverchiante!
Credo che Joyce, come ogni vero artista, preferirebbe parlarci in prima persona invece che per interposta persona, e chissà quante emozioni, non guidate e codificate ma libere, riserverebbe ad un lettore che sapesse navigare da solo sulla giusta lunghezza d'onda suggerita dalla sua scrittura. Sto pensando a lettori come Nabokov, come Edmund Wilson, come Eliot o Curtius, che pur non essendo lettori qualsiasi, lo hanno letto liberamente e non attraverso questo o quello schema critico sovrapposto. Tra l'altro essi avevano la grande fortuna di poter leggerlo in inglese, e leggere nella sua lingua uno scrittore "linguistico" come Joyce, che s'affida all'immediatezza della percezione (trasmessa appunto dall'uso della lingua), aiuta molto a leggerlo seguendo il filo del senso comune.
Credo che quelli che hanno letto Joyce così, sono stati i suoi pumi lettori, quelli che lo hanno scoperto, amato e rivelato al mondo. Gli altri lettori, gli esegeti superconcettualizzatori, pur meritevoli, sono venuti dopo: i Tyndall, i Levin, i Campbell, gli Eco e i Moretti. Il loro lavoro certamente è stato utile, ma ha determinato quella reverenza mista a supponenza di tanti lettori di Joyce che credono di aver in mano la chiave di un mistero e leggono l'Ulisse come un libro sacro da iniziati, senza mai abbandonarsi, neppure un po', al godimento che può dare la lettura a un libero lettore. ...]

 

 

  1. Mira Said,

    Interessante e liberatorio questo elogio del senso comune! La Capria dimostra un’indipendenza intellettuale invidiabile: come ci sarà arrivato e da quanti “pregiudizi” si sarà liberato? Certo che è piacevole leggere l’”Ulisse” come un libro tra i tanti, senza sovrastrutture critiche e abbandonandosi al gusto della lettura.Non è facile, però.Tutto qui.

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