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il blog di Ciro Scannapieco

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ago
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La camorra sostenibile

Posted by Ciro under Generale, Libri

Tratto da Non avevo capito niente di Diego De Silva

[...Io, per quel che vale, mica lo so più che cos'è la camor­ra. Non che sia uno che se ne intende, perché ne so più o meno quello che ne sanno tutti. E quello che si sa della ca­morra è essenzialmente la versione divulgata di quanto sta scritto nelle sentenze dei giudici, che poi sono le fonti pri­marie per lo studio del fenomeno. Perché è chiaro che una cosa, per essere studiata, dev'essere almeno un po' scrit­ta. Certo, anche l'esperienza diretta è una forma di cono­scenza (generalmente, - ma non necessariamente, - la più attendibile); ma chi studia fa riferimento alla documenta­zione scritta, perché, ai fini dello studio, cioè della com­prensione critica di una cosa, la scrittura è sempre prefe­ribile alla testimonianza. D'altra parte, quando si tratta di trasmettere un'esperienza maturata, cioè di scriverla (es­sendo la scrittura il prolungamento naturale dell'esperien­za), si avverte subito il bisogno di altre scritture di riferi­mento. E dove le prende queste altre scritture di riferi­mento uno che scrive di camorra, se non dalle sentenze dei giudici che si pronunciano sulla camorra ? Mica i camorri­sti scrivono. Cioè: a volte lo fanno, ma in genere è per chiudere con quella vita che prendono carta e penna; per fornire, in un certo senso, la prova cartacea di un ravve­dimento (quale camorrista in carica si metterebbe a rac­contare per iscritto i fatti suoi ?) Ed è ovvio che la testi­monianza, per quanto scritta, di uno che si ravvede, non ha lo stesso grado di attendibilità di una sentenza, che è frutto di un lavoro faticoso e complesso, ispirato a criteri di oggettività e, soprattutto, svolto da persone che non hanno avuto bisogno di ravvedersi per scrivere.

Sulla camorra girano un sacco di storie. Ma quello che fa durare queste storie nel tempo, e le sottrae (in maniera assolutamente inspiegabile) al pettegolezzo, è che ci cre­di/quando te le raccontano. Nel senso che trasmettono su­bito quel déja vu tipicamente camorristico, per cui al pri­mo accenno hai già capito di cosa si sta parlando. Questa impressione di già vissuto è una caratteristica peculiare della camorra, un retrogusto lieve ma durevole, come quello vagamente alla vaniglia del Brunello di Montalcino o del ribes nell'Amarone della Valpolicella, che ti fa subito annuire in segno di riconoscimento. Come se la camorra parlasse a una zona dedicata dell'apprendimento, capace di completare la frase in automatico. La proposi­zione camorristica è sempre monca di almeno un pezzo: ti danno soggetto e complemento, o predicato e complemen­to, o soggetto e predicato, e il resto ce lo metti tu. Io penso che questo privilegio grammatico dipenda dal fatto che la camorra, se sei nato nella sua terra, è una di quelle cose che impari fin da piccolo; e però, se provi a chiedere in giro che cos'è, non ti rispondono. Come il mi­stero sulla nascita dei bambini, che ti viene svelato il più tardi possibile, quando sei abbastanza grande per capire ma un po' c'eri già arrivato da solo. La comunità circostan­te t'insegna la camorra essenzialmente per accenni, cer­cando di spaventarti. Trasmette la notizia censurandola. Ti abitua a voltarti dall'altra parte, a far finta di non ca­pire; e quando poi diventi grande, ti biasima se non de­nunci. Comunque, quello che voglio dire è che ho l'impressio­ne che negli ultimi anni la camorra sia parecchio cambia­ta, nell'immaginario collettivo di chi la vive anche solo co­me inquinante atmosferico. Nel senso che non è più una cosa soltanto, e soprattutto non sta mai nello stesso posto. Si è come spappolata, diffusa, confusa in un indistinto ge­nere criminale dove c'è posto per professionisti e dilettan­ti, militanti e cani sciolti, senza più la certezza di un di­scrimine fra regolari e abusivi, avveduti e balordi, origi­nali e imitazioni.

Prendiamo uno degli aspetti più noti della gestione del potere camorristico: il controllo del territorio. Fino a qual­che anno fa era impensabile morire ammazzati per un te­lefonino, o per quattro soldi prelevati dieci minuti prima a un bancomat. La vigenza rigorosa di un sistema norma­tivo occulto, che non consentiva il compimento di alcun atto delinquenziale al di fuori di quelli previsti o specifi­camente autorizzati dalla camorra, era una condizione im­prescindibile dell'esercizio del suo potere.

Oggi, per le strade scorrazza una criminalità indistin­ta, genericamente camorristica, sostanzialmente irrespon­sabile, che pratica una violenza assolutamente sperequata rispetto ai suoi obiettivi delinquenziali. E tu puoi venire sparato per una rapina da quattro soldi, o perché hai rea­gito alla provocazione di un bulletto esaltato in cerca di rogne, o semplicemente perché hai avuto il torto di guar­dare qualcuno in un modo che ha capito solo lui.

Al che uno si domanda: dov'è la camorra? Perché non interviene ? Ha trasferito altrove i suoi interessi ? Il terri­torio ha smesso d'importarle ? Dov'è che esercita, adesso ? Se la camorra non può essere sconfitta, liberi almeno la cittadinanza dalla barbarie della criminalità disorganizza­ta. Non abbandoni le sue vittime. Che torni in trincea, rendendo praticabili le strade.

Vogliamo una camorra sostenibile. ...]       

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