Tratto da Non avevo capito niente di Diego De Silva
[...Io, per quel che vale, mica lo so più che cos'è la camorra. Non che sia uno che se ne intende, perché ne so più o meno quello che ne sanno tutti. E quello che si sa della camorra è essenzialmente la versione divulgata di quanto sta scritto nelle sentenze dei giudici, che poi sono le fonti primarie per lo studio del fenomeno. Perché è chiaro che una cosa, per essere studiata, dev'essere almeno un po' scritta. Certo, anche l'esperienza diretta è una forma di conoscenza (generalmente, - ma non necessariamente, - la più attendibile); ma chi studia fa riferimento alla documentazione scritta, perché, ai fini dello studio, cioè della comprensione critica di una cosa, la scrittura è sempre preferibile alla testimonianza. D'altra parte, quando si tratta di trasmettere un'esperienza maturata, cioè di scriverla (essendo la scrittura il prolungamento naturale dell'esperienza), si avverte subito il bisogno di altre scritture di riferimento. E dove le prende queste altre scritture di riferimento uno che scrive di camorra, se non dalle sentenze dei giudici che si pronunciano sulla camorra ? Mica i camorristi scrivono. Cioè: a volte lo fanno, ma in genere è per chiudere con quella vita che prendono carta e penna; per fornire, in un certo senso, la prova cartacea di un ravvedimento (quale camorrista in carica si metterebbe a raccontare per iscritto i fatti suoi ?) Ed è ovvio che la testimonianza, per quanto scritta, di uno che si ravvede, non ha lo stesso grado di attendibilità di una sentenza, che è frutto di un lavoro faticoso e complesso, ispirato a criteri di oggettività e, soprattutto, svolto da persone che non hanno avuto bisogno di ravvedersi per scrivere.
Sulla camorra girano un sacco di storie. Ma quello che fa durare queste storie nel tempo, e le sottrae (in maniera assolutamente inspiegabile) al pettegolezzo, è che ci credi/quando te le raccontano. Nel senso che trasmettono subito quel déja vu tipicamente camorristico, per cui al primo accenno hai già capito di cosa si sta parlando. Questa impressione di già vissuto è una caratteristica peculiare della camorra, un retrogusto lieve ma durevole, come quello vagamente alla vaniglia del Brunello di Montalcino o del ribes nell'Amarone della Valpolicella, che ti fa subito annuire in segno di riconoscimento. Come se la camorra parlasse a una zona dedicata dell'apprendimento, capace di completare la frase in automatico. La proposizione camorristica è sempre monca di almeno un pezzo: ti danno soggetto e complemento, o predicato e complemento, o soggetto e predicato, e il resto ce lo metti tu. Io penso che questo privilegio grammatico dipenda dal fatto che la camorra, se sei nato nella sua terra, è una di quelle cose che impari fin da piccolo; e però, se provi a chiedere in giro che cos'è, non ti rispondono. Come il mistero sulla nascita dei bambini, che ti viene svelato il più tardi possibile, quando sei abbastanza grande per capire ma un po' c'eri già arrivato da solo. La comunità circostante t'insegna la camorra essenzialmente per accenni, cercando di spaventarti. Trasmette la notizia censurandola. Ti abitua a voltarti dall'altra parte, a far finta di non capire; e quando poi diventi grande, ti biasima se non denunci. Comunque, quello che voglio dire è che ho l'impressione che negli ultimi anni la camorra sia parecchio cambiata, nell'immaginario collettivo di chi la vive anche solo come inquinante atmosferico. Nel senso che non è più una cosa soltanto, e soprattutto non sta mai nello stesso posto. Si è come spappolata, diffusa, confusa in un indistinto genere criminale dove c'è posto per professionisti e dilettanti, militanti e cani sciolti, senza più la certezza di un discrimine fra regolari e abusivi, avveduti e balordi, originali e imitazioni.
Prendiamo uno degli aspetti più noti della gestione del potere camorristico: il controllo del territorio. Fino a qualche anno fa era impensabile morire ammazzati per un telefonino, o per quattro soldi prelevati dieci minuti prima a un bancomat. La vigenza rigorosa di un sistema normativo occulto, che non consentiva il compimento di alcun atto delinquenziale al di fuori di quelli previsti o specificamente autorizzati dalla camorra, era una condizione imprescindibile dell'esercizio del suo potere.
Oggi, per le strade scorrazza una criminalità indistinta, genericamente camorristica, sostanzialmente irresponsabile, che pratica una violenza assolutamente sperequata rispetto ai suoi obiettivi delinquenziali. E tu puoi venire sparato per una rapina da quattro soldi, o perché hai reagito alla provocazione di un bulletto esaltato in cerca di rogne, o semplicemente perché hai avuto il torto di guardare qualcuno in un modo che ha capito solo lui.
Al che uno si domanda: dov'è la camorra? Perché non interviene ? Ha trasferito altrove i suoi interessi ? Il territorio ha smesso d'importarle ? Dov'è che esercita, adesso ? Se la camorra non può essere sconfitta, liberi almeno la cittadinanza dalla barbarie della criminalità disorganizzata. Non abbandoni le sue vittime. Che torni in trincea, rendendo praticabili le strade.
Vogliamo una camorra sostenibile. ...]
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